Passano i mesi. Passa la vita. Cose che non ho avuto voglia di fermare, di schizzare sul mio foglio di plastica luminescente. Eppure, avrei dovuto. Senza un perché, se non la memorialistica fine a sé stessa. Peccato che nessun nipote troverà questi miei diari in un baule. Peccato che certi picchi di emozioni sono rimasti fissati solo sul tracciato del mio elettrocardiogramma, e già stiano sbiadendo perché il cuore è poroso e per osmosi, a lungo andare, fa fuoriuscire tutto per far entrare tutto.
Ho imparato che ‘nonostante tutto’ è un’espressione che ha la sua forza e una giusta ragion d’essere. Mette a tacere tutti i miei dubbi, quei tarli carnivori che avevano rosicchiato via due anni e mezzo d’abbracci. Prima non lo sapevo che c’erano delle alternative, che non doveva essere per forza tutto nero. O meglio, che anche se era tutto nero non cambiava niente.
Ora, quando è tutto nero, è comunque anche tutto bianco. No, rosso. Ora, anche quando ti odio, ti amo. E non è più un problema insormontabile. Ho fatto pace con i golfi che ci separano, con le sporgenze che graffiano, con le parallele che continuamente cercano di fuggire altrove, per i fatti loro. Sono intoccabile. Il mio amore è intoccabile. Se è arrivato fin qui, intatto, più forte, più bello, più radicato, nonostante tutto, allora che vuoi che siano le urla, i nervi, l’irritazione. Passano. Passano davvero. Magari dopo un paio di giorni, ma evaporano al sole come vampiri senza scampo. Nel mio setaccio rimane sempre, sempre, la pepita.