Quanto può essere alienate e noiosa la vita in un paesino della Sardegna? Quanto può bastare passare pomeriggi e serate a bere birra nell’unico bar o nel parchetto sgangherato? Avere come grande sogno farsi la macchina o emigrare in Trentino a lavorare negli alberghi, può essere indice di una vita vissuta al minimo di intensità?
Cisaus è il romanzo di esordio di Tore Cubeddu e racconta con ironia e partecipazione di un mondo diviso tra le vecchie tradizioni agricole – l’allevamento di bestiame, le sugherete – e i desideri indecisi di un gruppo di ragazzi che si affacciano sull’età adulta con tutta l’esuberanza di chi vorrebbe di più ma si ritrova ad essere castrato e dall’ordine costituito e dalle stesse famiglie.
Rai, Elmo, Rigo e Nanni sono i quattro protagonisti di questa storia agile e coinvolgente che si svolge a Paberile, un minuscolo paesino sardo, dove la polizia cerca di mantenere tutto immobile perché più facile da controllare e bere una birra è un modo come un altro per fare qualcosa. Due sono i fatti che muovono le fila del racconto: da una parte la tragica morte dell’innocente e sognatore Elmo, lo strambo del gruppo, poeta improvvisatore e anima candida che parla agli asini, dall’altra la creazione di un nuovo punto di aggregazione sociale, un vecchio caseificio rimesso a nuovo e trasformato in discoteca, il Cisaus appunto.
Elmo viene ucciso a causa di una vecchia faida, rancori mai sopiti legati alla gerarchia sociale e alla ‘robba’, e Rai, la voce narrante – l’unico che riuscirà a evadere dall’asfissiante paesino grazie alla facoltà di filosofia (o “culo di Sofia” come dice il nonno) di Cagliari –, ne è stato testimone e in quanto tale è parte fondamentale del processo. La famiglia del giovane ne è sconvolta quasi fosse lui l’imputato, tanto che la nonna da poco vedova (bella la figura del vecchio nonno, quasi simbolo della tradizione buona) gli consiglia di darsi alla macchia.
Parallelamente assistiamo alla costruzione del Cisaus e al suo successo, ben presto macchiato dal coinvolgimento di Rigo in spaccio di droga, e costretto a chiudere dall’antipatico e minaccioso brigadiere. Seppur breve, quella del Cisaus è un’esperienza intensa per tutto il paese che viene rinfrescato da un soffio di novità, troppo debole però per resistere ai venti muffiti del sospetto e del vecchio.
Una storia dolceamara, dove Rai fa i conti con la morte e con l’amore, con l’ingresso nell’età adulta e il fronteggiare i propri sogni, con la nostalgia di casa e la voglia di scappare, fino a sentirsi estraneo al suo stesso gruppo, ormai smembrato, e al paese. Metaforicamente, lui è la vigna che, seppur medicata, si ammala lo stesso di gramigna. Si può tentare di rimanere immobili, ma se lo spirito è irrequieto non servirà a nulla.
Una storia profondamente sarda, venata dall’uso frequente del dialetto, con tanto di ironiche traduzioni in inglese, che ci immerge nell’atmosfera del posto e in quell’arcaicità che permea la terra dei nuraghe.
“Cadeva «su martis de coa» la fine del lungo carnevale di Paberile, quando uomini e donne in abito tradizionale ballavano in piazza seguendo un’antica coreografia […]. Era uno spettacolo armonioso e colorato e mi davala sensazione che tutto funzionasse perfettamente, che ogni cosa fosse al suo posto e che le regole di quella festa, in fondo, altro non erano che le regole della vita di una comunità ideale. Tutto avveniva sotto gli occhi di tutti secondo un meccanismo, un protocollo comportamentale, che non lasciava spazio a nessuna trasgressione, a nessuna fantasia personale.”
Tore Cubeddu è nato a Glarus, in Svizzera, nel 1975. Si è laureato in filosofia e diplomato alla Scuola Holden di Torino. Ha sceneggiato e diretto diversi corti e documentari. Come sceneggiatore e story editor collabora con vari registi. Da alcuni anni si occupa attivamente di tutela delle minoranze linguistiche, è operatore dell’Ufficio della lingua e della cultura sarda della Provincia di Oristano; è presidente dell’Associazione Babel, organizzatrice del primo festival internazionale per il cinema delle minoranze.