Ho fatto una capatina qui, orgogliosamente!
così disse il demone cane 6 gennaio 2011
Mi sento il cuore carezzato contropelo. Tutte le fibre irte, sull’attenti, un brivido disumano che percorre ogni fibra, dalla nuca giù fino al tallone duro, abituato a calpestare i diamanti dei tuoi no.
Il cuore guaisce sotto una carezza contropelo. Non si fa, sei sgarbato, disturbante, il farmaco alle dosi sbagliate, solo veleno, pece che appiccica le mie debolezze e le cristallizza in errori a tutti ben visibili.
Ti piace carezzarmi il cuore contropelo. Sai trarre note di godimento, solo tuo, solo per te, dai dolori solo miei, solo da te. Dove meno te l’aspetti fiorisce la frase che si tatua nelle meningi di madreperla: una carezza contropelo è poco meno di uno schiaffo, di un graffio. Sei codardo, allora: se devi, fai il male veramente, mostrati, usa le unghie nella pelle, porta via i piccoli esagoni bianchi che mi ricoprono, spella il cristallo di neve, sbuccia l’acino già un poco avvizzito e spruzzati del succo acidulo del mio non saper fare a meno di te.
Al mio cuore piacciono le tue carezze contropelo, anche se ne approfitti, anche se mi lascio approfittare, i ventricoli bramano la scossa del futuro sancito dalle crepe nei tuoi palmi.
CapRicci 5 gennaio 2011
“Lutero esalta la vita laboriosa: l’uomo deve sposarsi, avere figli e lavorare.”
La creatività viene meno con una sedicenne che ripete ad infinitum storia. Niente pellegrinaggi, dice Lutero, e aboliamo il celibato dei sacerdoti, perché è contronatura.
Io però lo farei, un pellegrinaggio: verrei ginocchioni ginocchioni fino al sacrario del tuo bacio, e celebreremo insieme il matrimonio dei sensi, che la natura ci sia testimone.
Ieri c’era l’eclissi del sole, io dormivo e sognavo chissà cosa: il buio a forma di falce crescente è già dentro di me, nascosto tra speranze e desideri, paure e ansie. La falce le assottiglia tirandole via come spighe mature: se il chicco di frumento non cade nella terra e non muore rimane da solo, se muore crescerà. Cantavano.
Una piccola morte ora la vivrei volentieri, con te, con me, con. Turbante.
Salirei sul tappeto volante e volerei tra le tue braccia aperte, se solo sapessi dove ti nascondi. In quale altra vita ho lasciato briciole tra te e me, io non ricordo. Forse i corvi le hanno mangiate, forse una formica previdente se le è portate a casa e io non so più la strada che porta al sorriso dei tuoi occhi.
Persa nel labirinto della vita, Arianna dispettosa ha ingarbugliato tutti i fili: io li seguo paziente uno a uno: tutti gli errori, tutti i bruschi risvegli, tutti i sorrisi, tutte le lacrime e tutto l’amore, lì, come nodi aggrovigliati e inestricabili, come memento, come foto, come quello che sono.
Con i ricci nuovi aspetto di dondolarti sulle onde morbide, di avvolgerti nell’elica soffice, la liana con cui puoi arrivare al cuore gonfio. Una spugna pregna, che gocciola copiosa tutto questo amore sprecato. Se quando arriverai sarà ormai asciutta è solo colpa tua che ti celi a me.
Amore che trabocca sterile 30 dicembre 2010
Se non tocco la tua mano non esisti. Se non sento il tuo profumo dove sei. Se il tuo cuore non batte sotto il mio orecchio sei il sogno che non si avvera.
Quando uniamo i mignoli, quando guardo il tuo respiro, quando i capelli ti crescono al calore del mio sguardo.
Mentre aspetto la canzone delle tue ciglia, mentre dalle labbra alle labbra è un’eternità, mentre confondiamo baci e bacini.
Fra te e me poche parole, fra le ginocchia tremi, fra di noi silenzi di madreperla.
Voglio annusare il mare nella fossetta delle tue scapole. Dammi le saporite castagne delle tue pupille, ci voglio incidere il mio cammeo. Fondimi al calore del tuo palmo senza linee, non mi importa di sapere niente. Quando incontrerò l’avorio dei tuoi denti ti lascerò sulle labbra il sapore del libro più bello che hai letto.
Torna(n)do 12 dicembre 2010
Ho sotto le mani un pc vergine, senza più ricordi, senza più niente. Niente. Tutta la mia roba – puf! – è sparita, persa negli interstizi irragiungibili di chip e mani non abbastanza professionali. Ho perso tutte le mie cose, foto, appunti, studi, scritti. All’inizio è stato uno shock che mi ha tolto il fiato e inondato gli occhi. Poi è passato, c’è sempre la calma dopo la tempesta. Tanto strepitare non serve a nulla. Tabula rasa su cui ricominciare. E meno male che ho fogli di carta vera vergati malamente, cassaforte alle mie parole.
Ho fatto la fiera Più libri più liberi: è stata un’esperienza stancante e bellissima, mi piace consigliare, mi emozianano le mie emozioni, mi piace convincere la gente del bello che la copertina cela. Forse dovrei fare la libraia. E poi ho stretto amicizia con S. e R. ed è stato bello anche quello.
A lavoro continua bene, faccio del mio meglio e lo si nota, lui lo nota: fammi un bel regalo di compleanno big F.!
Qui trovate la mia prima recensione per Luminol, blog che recensisce esordienti italiani.
La vita procede col vento in poppa!
Di quando fa freddo e le lacrime sono tiepide 27 novembre 2010
Inverno. Termosifoni accesi, chiappe rosse e bollenti. Sciarpe come boa constrictor avvinghiati al collo. Mani in tasca. Occhiali che cristallizzano quando salgo sul treno. In casa con il pile, sotto il pile, amo il pile. Un sacco di libri rubati a caso da una delle case dei libri. Gli occhi oggi si incrociano, mi gira la testa e non so perché. Mi sento sola. Leggo un libro crudo, sofferente e poetico che mi fa piangere. Mi serviva un pretesto per piangere, in effetti. Le lacrime si accalcano tiepide ai lati del naso, e subito si raffreddano. Mi avevi intiepidita, guance rosse di sciocco piacere, ma altrettanto rapidamente sei diventato grasso rappreso di brodo, schifezza densa e plasmabile, l’inutile che viene via facilmente. Mi sento molto sola, solitudine da week end, solitudine come boomerang che ritorna, solitudine come abitudine che non si spezza, cerchio di platino che imprigiona le caviglie. Forse mi si incrociano gli occhi perché non ho nessuno da guardare.
Candida 22 novembre 2010
Tutte le sere, dall’acquario del 64, verso le 18e30, all’inizio di Via Nazionale vedo un cherubino, anzi no, un serafino, perché ha sempre un sorriso soffice e luminoso sulle labbra. Una donna di bianco vestita, un foulard bianco in testa che le nasconde i capelli alla moda africana; una gonna che le lambisce i malleoli, bianca; uno scialle di lana lavorato che la riscalda, bianco. Quest’angelo cammina con elastiche falcate, si vede che ha una meta ed è decisa a raggiungerla. Lei, candida, sorridente, fosforescente quasi, allunga sempre qualcosa ai senzatetto e ai mendicanti, una moneta, uno snack e quelle labbra goiose e quegli occhi luccicanti si vedono anche dal vetro lurido del bus. Una cometa che infrange l’atmosfera lugubre di chi corre a casa senza degnare nessuno di uno sguardo. Ha sempre la testa eretta e le pupille verso l’orizzonte ma lo stesso vede tutto e si china a regalare un gesto enormemente minimo a tutti.
Stasera la luna, piena, era altrettanto candida e lucente. Splendeva altezzosa contro i lampioni. Una luce quasi bianca e così brillante che le nubi l’hanno dovuta coprire per pudicizia. Intorno i gabbiani a farle la corte e sotto i miei occhi a rimirarla.
35 euro #3 11 ottobre 2010
«Adesso so cos’è un fantasma, pensò. Una faccenda in sospeso»
I versi satanici, Salman Rushdie
Cos’era che mi piaceva tanto di te, non lo so più. Credo che pure tu, quando ti rendevi conto di te, ti chiedevi cosa mi teneva ancora là. Probabilmente ero diventato un tossicodipendente. O forse siamo entrati in collisione in un momento in cui volevo solo qualcosa che mi distraesse dal fatto che lui non c’era più. Forse la tua più intima natura è quella della mantide: prima mi hai attirato e poi sbranato. Io non avevo altro desiderio che quello di essere digerito, decomposto in qualche buco nero. Ero fatto di pezzi che non volevo più sapere e mi hai risputato fuori che non ero più io.
Chissà per chi era davvero, tutta la tua rabbia. Chissà al posto di chi, ti facevo da messa a terra. Domande che sono arrivate solo quassù. Finché siamo stati nella stessa città, nella stessa nazione, disturbavi il segnale della mia comprensione.
Dicevi sempre io mi sono pensata tanto, io so chi sono. Non credo fosse vero, ma so che tu per prima avevi paura di arrivarti al fondo. E con le tue urla non permettevi che io facessi i miei, di scavi: mi incastravi tra l’umiliazione e la rivalsa. A litigare con te non c’era gusto, volevi sempre l’ultima parola e te la prendevi con la forza, mi trituravi l’orgoglio e anche per questo valevo sempre meno. Ma tu non lo sai com’è, sentirsi nudo e inerme nella gabbia del leone. Tu non sai il coraggio che ci vuole, o l’amore, a farsi mangiare vivi ogni volta. Non lo sapevo, allora, che il mio era un gesto romantico, di un romanticismo da fanciulla ottocentesca: mi immolavo per farti stare bene, mi lasciavo scarnificare per darti la soddisfazione delle tue unghie nella mia carne. Il tuo invece era la giustizia cieca del kamikaze, a cui non importa che di sé e dei suoi pensieri. Il piacere della distruzione che fa esplodere anche te in aria.
Fino a quando ho potuto, lo giuro, l’ho fatto.
Quando ho finito le fibre, non mi è rimasto altro che dare 35 euro tasse incluse ad una compagnia aerea che mi portasse via da te.
Sono solo andato via, senza dirti niente, senza lasciare una traccia di me. Via.
Bambine, salami e spazzolini 6 ottobre 2010
Papà ma come si fanno quelle coi pallini? Le salsicce? Sì, quelle coi pallini, e i salami…
Oggi camminavo sotto il sole di un’incredibile ottobrata romana e, superandoli, ho sentito un papà che spiegava alla figlioletta — molto simile a lui nella camminata, con le mani in tasca come il padre — come si fabbricano le salsicce e i salami. Lui era un po’ generico, parlava di carne macinata, ma lei, evidentemente pensando al pepe o ai pezzetti di grasso, voleva sapere proprio come si arriva al salame della tavola.
E io pensavo che la vita è un po’ un salame, una poltiglia di pezzettoni di carni macinate, con qualche spezia gettata a dare sapore. Triturati nel caos di decisioni sempre in bilico tra il bene e il male, ci contorniamo di cuscini di grasso che attutiscano la botta. Ogni tanto un morso al pepe per tirarsi su, ogni tanto un seme di finocchio a profumare le giornate. Da bravi salami cerchiamo un tozzo di pane e un bicchiere di vino che ci facciano compagnia, che dividano con noi le briciole croccanti di un’amicizia, i sentori di bosco di un amore sconfinato e scuro di macchia mediterranea. Imprigionati nel nostro budello, con la plastica che ci soffoca, aspettiamo la mano bambina che ci scarti e ci morda con attenzione, ad occhi chiusi, assaporando la grana della carne, l’equilibrio degli aromi, un palato magari poco allenato alle inutili raffinatezze della gola — non siamo tutti salami di cinta — ma istintivamente in grado di cogliere il nostro valore, un po’ rozzo, un po’ casareccio. Lo scherzo di infilarsi tra i denti e rimanere vicini un po’ di più, finché il grattare di uno spazzolino molesto non ci caccerà. Uomini-spazzole dure il cui compito è asportare i ricordi, il bello di ieri, l’igiene prima di tutto, igiene del cuore e della memoria, sfregano in tutti gli anfratti, puliscono, sbiancano, spellano. Dopo non rimane che una gengiva leggermente arrossata, un dente igienizzato, innocuo, un dente anonimo che fa sorrisi anonimi e brillanti come specchietti per le allodole.
35 euro #2 4 ottobre 2010
«Ma non è così facile sbarazzarsi della storia; dopo tutto, lui stava anche vivendo
nel momento presente del passato.»
I versi satanici, Salman Rushdie
Quando ci siamo incontrati, ti ricordi com’è stato? Un gioco, ce la tiravamo entrambi. Eravamo due pezzi di vetro lanciati in aria a casaccio, pronti a spaccarci, già pieni di crepe. Quando siamo ricaduti a terra, in mille briciole, lì c’era già scritto quello che siamo stati: un puzzle cubista, strabico, forzato, grottescamente affascinante: un caleidoscopio di difetti ed egoismi che si riflettevano all’infinito. Abbiamo giocato a ping pong con la nostra pazienza, sempre più a brandelli. Un amore come guerra di posizione, sfibrante, usurante. Quando ce ne siamo accorti le nostre trincee erano piene di labbra spaccate.
Mi ricordo il nostro primo bacio, ma non la prima volta che abbiamo fatto l’amore. Mi ricordo quando mi hai detto ti amo, ma non ti ho mai sentito dire mi dispiace.
Avevi sempre mal di testa, ti passava solo quando facevamo l’amore. Dicevi mi fa male la testa, mettevi su il tuo sorriso invitante e tutto il resto spariva. La tua bocca grande inghiottiva tutto il buio tra di noi e mi accecava con quei denti d’avorio. Ti piaceva avere il tempo di fare le cose con calma, un pezzo di noi per volta, ma non ti piaceva tanto fare, preferivi stare lì un po’ inerme, un po’ passiva, così sensuale con quello sguardo che diceva inventati quello che vuoi, ci sto. Solo dopo ho capito che diceva non mi annoiare, ricordami perché sono qua.
Forse ero il tuo giocattolo. Forse ero il tuo progetto. Forse ero la tua causa persa. Di sicuro non ero l’amore che cercavi, né quello che pensavi di avere.
C’è stato un tempo in cui, avendo te, credevo di avere tutto; con te al mio fianco il mondo era ai miei piedi. Davvero. Invece, io non stavo al tuo fianco ma all’estremità del tuo guinzaglio che stringevi in pugno, e strattonavi troppo spesso. Ho capito che ci vuole molto tempo a conquistare la prospettiva più adeguata. Ho impiegato anni a girare la foto di noi per trovarne il verso giusto, ma comunque la mettessi non eravamo mai vicini.