Oggi sul blog Luminol, che si occupa di esordienti italiani, la mia recensione di Tutta la bellezza deve morire di Luigi Pingitore, Hacca edizioni.
Bianca e cremisi 8 agosto 2010
Ho letto un libro che parlava di nuvole e Hiroshima, della leggiadria dei cirri e di corpi che nel volgere di un battito di ciglia spariscono per sempre. Ho letto un libro in cui si passa dal cielo alla madreperla delle donne, in cui si trova la grande analogia del tutto. In cui l’improvviso ricordo di un dolore così grande da essere rimosso ti porta giù dal balcone. Ho notato che sei nata nell’anniversario di Hiroshima, che hai appena abbracciato la metà della metà di un secolo eppure hai nelle vene l’inchiostro saldo di una quercia. Leggerò libri in cui la tua poesia di carne brillerà come il rosso incandescente del marchio infuocato sul fianco bianco della vacca. Scriverò storie alla bambina nata il giorno prima, di cui ho intravisto un quarto di viso e un pugnetto stretto. Libera dalla pericolosa collana materna, si muoveva sognando forse la pancia che abitava ma respirando coi polmoni neonati. Il suo collo non si è staccato dall’utero ma è passato da un’altra tasca, la matrice è rimasta intatta e sei nata precipitevolmente. Era una bella giornata cerulea, ho mangiato un dolcissimo gelato di cioccolato bianco variegato ai frutti di bosco: probabilmente aveva i tuoi colori.
Una ginocchiata nello stomaco 21 maggio 2010
Cara Simona Vinci, ho molto apprezzato In tutti i sensi come l’amore, la tua scrittura poetica che rendeva leggiadre anche storie quasi disgustose. Ho appuntato alcune frasi e le ho messe tra quelle che mi danno l’ispirazione. Ero proprio contenta di averti trovata, cara Simona Vinci.
Poi ieri ho letto Dei bambini non si sa niente. Cara Simona Vinci, era davvero necessario? Siamo seri, cosa ci hai raccontato? Le dinamiche di gruppo dei bambini? Rileggiti Il Signore delle mosche. L’erotismo dei bambini? Leggi L’isola di Arturo. O la mostruosità degli adulti? Leggi un giornale.
Cara Simona Vinci, il tuo libro mi ha terrorizzato. Tra le tante cose che poteva lasciarmi alla fine, e che ho cmq sentito durante, l’ansia, il disgusto, il disappunto, la rabbia, mi è rimasto letteralmente in corpo il terrore. Non riuscivo a dormire, il cuore a mille e questo strano panico raggomitolato nello stomaco. E allora ho riflettuto sul tuo libro, cara Simona Vinci.
Davvero dei bambini nn si sa niente, e nemmeno qui. Tanto per cominciare, dove sono i bambini? Ce ne sono 3 nel romanzo ma davvero vogliamo credere che sono loro i protagonisti? Sono invece 3 comparse di 10 anni, 3 vittime delle decisioni e delle pulsioni di chi bambino non lo è per niente. Credi davvero che a tener chiusi quei 3 decenni in una stanza per tutto un giorno sarebbero successo qualcosa di simile al sesso? Avrebbero giocato, avrebbero parlato, si sarebbero raccontati segreti, avrebbero litigato, forse si sarebbero fatti qualche domanda imbarazzante sulle loro differenze e sbirciato le mutande. Fine. Ovviamente i bambini di 10 anni cominciano ad essere curiosi dei loro corpi, ma è una curiosità pressoché ingenua, teorica, priva di malizia. Cosa cambia la situazione nel tuo libro? Non certo i bambini, ma degli adolescenti. A 14-15 anni se vai in motorino, fumi bevi e pensi al sesso non sei più un bambino, sei un adolescente appunto. Ora, forse il più grande sarà stato abusato e per questo coinvolge dei bambini nei suoi giochi sessuali ma se anche così fosse ritorniamo al mio discorso principale: qua i bambini non c’entrano niente, sono accessori collaterali, poco più che dildo a grandezza umana. Il suo compare che invece di rimorchiarsi le quattordicenni come lui punta alle bambine lo fa per codardia e quasi sempre trascinato dal volere del leader. Dinamiche di gruppo degli adolescenti, che oggi ingolfano le pagine dei giornali, ma niente a che fare coi bambini.
Quando però arriva la tragedia? Quando l’inquietante sottile presenza degli adulti si fa palese, e contamina il senso di ciò che accade nel capannone. Rimangono tutti basiti ed esterrefatti di fronte a quelle foto, quasi nemmeno le capiscono, ma accettano supini. Cosa, il sesso? Certo che no. Accettano la volontà dell’adulto lì in mezzo che a sua volta accetta quella degli adulti sopra di lui.
Dei bambini rimangono le briciole. Quindi cara Simona Vinci mi dispiace ma te lo potevi risparmiare, oppure potevi essere più onesta e scrivere una storia che parla davvero dei bambini e delle loro pulsioni e di come vivono in gruppo, oppure degli adolescenti che scoprono il sesso e di come a volte il gruppo li porti alla rovina, oppure degli adulti schifosi che deturpano il sesso e uccidono l’unica carne innocente che ci è rimasta.
Dall’altra parte 17 maggio 2010
Min era insofferente alla sua sollecitudine, così come non tollerava la mia e quella di chiunque altro. Ma cosa avrebbero dovuto fare le persone che le volevano bene? Dirle di andare a farsi friggere, eccheccazzo, vada come vada non ci interessa se ti disintegri sotto i nostri occhi. Ma sì, spazzati quel barattolo gigante di sonniferi in un colpo solo, forza, magari viene buono come contenitore. Come si fa a voler bene a qualcuno che desidera solo che lo lasci morire in pace? Come gli stai vicino? Come gli stai lontano?
In fuga con la zia — The Flying Troutmans, Miriam Toews
I tuoi pensieri che ti bussano da fuori 17 maggio 2010
Ma non sei ancora troppo vecchia, dice Thebes, sai? Puoi trovare qualcuno se cerchi bene. Quanti anni hai?
Ventotto, dico.
Ok, ventotto, dice lei. Ci medita sopra. Ti restano due anni. Ma forse dovresti curare un po’ di più il vestire.In fuga con la zia — The Flying Troutmans, Miriam Toews
Direttamente connesso ai tre, quattro pensieri macigno che mi assillano ultimamente, epifanie di un certo mal di vivere, lo ammetto, e che non ho la forza né la voglia di mettere per iscritto. Ma loro stanno lì, pesanti, cigolanti, ansiogeni. E sì che, tutto sommato, questo è un libro positivo!
Perché non sono una fan delle biblioteche 17 aprile 2010
Un complicato atto d’amore, ecco perché. Uno dei libri più belli che abbia mai letto, ma non è mio. Lo devo riportare lì dentro e invece vorrei già rileggerlo. Credo sia uno dei pochi libri che sottolineerei. È pieno di frasi e righe intere da annotare. Non le posso citare qui perché credo che mi ritroverei a riscriverlo per intero.
È un libro di grande ironia, di grande tenerezza, di grande disperazione, di grande amore&dolore, di grande nostalgia, di grandi dubbi, di grandi speranze. È un grande libro, scritto divinamente da Miriam Toews, con un’attenzione alle parole e a tutte le sfumature di una confusa, dolorante, sarcastica, impotente, affettuosa mente adolescente che esse possono esprimere.
Dopo abbiamo provato a stare in piedi insieme sulla camera d’aria per trentanove volte e alla fine ci siamo riusciti. È stato divertente. Mi piaceva soprattutto quando cadevamo tenendoci per mano. Sono così facili i rapporti umani, quando bisogna solo cercare di reggersi in piedi.
Dei libri 12 aprile 2010
Ho letto centinaia e centinaia e centinaia e centinaia e centinaia e centinaia (esattamente, sei centinaia abbondanti) di libri eppure non sono capace di spiegare seriamente perché uno mi piace oppure no. Ogni libro per me è a sé, non sono in grado di individuare il suo posto nella ragnatela della letteratura, le sue connessioni, le sue ispirazioni. Dove risuona DeLillo? Qual è l’eco di Carver? Chi guarda a Calvino? Chi è in debito con Faulkner? Non lo so, non ne ho idea!
Forse leggo troppo in fretta? Forse metto tutta la mia attenzione nella storia, tralasciando lo stile e la lingua? No, non credo. È vero che è la Storia quello che soprattutto mi interessa di un libro, la vita che ci scorre dentro, le scelte, le emozioni, gli stupori di esistenze altre, ma è altrettanto vero che tutto questo si manifesta solo nelle parole, nella specifica costruzione delle frasi, nell’uso degli aggettivi, nella sintassi… è qui la meraviglia di un libro, è questo l’incantesimo che dopo sei centinaia abbondanti mi fa desiderare ancora e ancora…
E allora? Mi manca forse una cultura letteraria critica, forse questo sì. Ma ho sempre odiato quando a scuola ti “spiegavano” le poesie… il poeta voleva dire che… qui intendeva che… Perché, lo ha lasciato scritto? Certo, nelle sue poesie, ed è solo lì che va cercato, anzi no, che va accolto se lo si percepisce. Ovviamente chi scrive dà un senso a ciò che scrive ma non credo che esso esaurisca tutto sé stesso in un’unica interpretazione. La felicità, il dolore, la tristezza, la gioia sono forse univoci? No. Allora non può esserlo il modo di esprimerlo né tantomeno quello di recepirlo. Quindi perché il valore o il senso di un libro deve stare nelle sue radici piuttosto che in ciò che i miei occhi vedono? Perdo davvero qualcosa se non sento risuonare DeLillo, o Carver o Calvino o chiunque altro? Forse ogni libro dovrebbe essere letto più volte, proprio come modalità di lettura. Prima per la storia in sé, poi per la sua storia per te, poi per lo scrittore, poi per la sua storia nel contesto letterario di riferimento. Non credo però che così l’incantesimo sarebbe altrettanto forte.
Allora, finché non trovo una soluzione, me ne frego e leggo. Leggo di tutto e voracemente, leggo più libri insieme e do la precedenza a quello arrivato dopo. Leggo finché gli occhi non mi bruciano e continuo lo stesso. Leggo come respiro, perché a volte è più importante la pagina successiva del respiro successivo. Leggo perché quando leggo io sono lì dentro, ovvero ovunque e sono chiunque, sono dapertutto e sono tutti e faccio tutto e provo e sento tutto. E non c’è niente, davvero niente, di meglio al mondo.
Nel rettilario 7 aprile 2010
Riuscirà il crotalo a sconfiggere l’anaconda? Sarà sufficiente l’astuzia del veleno contro la stolidità della forza bruta? Sicuramente edera velenosa e belladonna gli daranno man forte, e pure la saggezza egiziana del kamut spero.
Quindi ho cominciato la cura, già. E sarà il sole o sarà che pure il malumore è una ruota che gira e ogni tanto sparisce, ma in questi giorni sono contenta. E avrei voglia di esserti amica, di vederti felice con un’altra ragazza, vorrei poterti parlare senza imbarazzo, poterti dire quanto sono sollevata e quanto non mi manchi senza che questo ti ferisse. Vorrei davvero aiutarti con quella cosa e venire a correre e prestarti il mio orecchio e la mia spalla quando sei giù e ti vuoi sfogare, che conoscendoti come ti conosco forse è una delle cose che più ti mancano di noi. Io credo che un giorno ci riusciremo, io lo spero tanto. Nel frattempo rispondo stringata ai tuoi come va e sono silenziosa se per caso telefoni.
Per il resto, ho ricominciato a leggere in modalità bulimica, 3 libri in 3 giorni: La figlia dell’altra di A.M. Homes, Mille splendidi soli di Hosseini e La solitudine del maratoneta di Sillitoe. Tutti e tre molto belli, anche se forse non è stato particolarmente saggio comiciare a leggere la Homes partendo con la sua autobiografia, ma ho già rimediato perché oggi ho preso Jack. Di Hosseini ho preferito Il cacciatore di aquiloni, ma mentre leggevo questo ho davvero davvero ringraziato il fato di essere nata qui. I racconti di Sillitoe sono proprio belli, e tristi e veri.
Che altro? Ah sì, comicio racconti che poi si arenano, ma va bene così, vuol dire che come il pane cresceranno lentamente per i fatti loro finché non saranno pronti.
Figli di un Dio impotente 11 febbraio 2010
«Noi siamo i lebbrosi, siamo i reietti. Il nostro corpo cade a pezzi, marcisce prima di morire e quindi noi siamo lo specchio di Dio», gli disse dolcemente il capo dei tre anziani, che era una specie di re di quel luogo, un giorno che lo trovò da solo. «Perché vedi, questo è il punto: da sempre nelle religioni, la nostra, quella degli Uomini, quella degli Yiurdioni anche, le bestie da guerra che vivono oltre i regni Orientali, tutti parlano di un Dio potente, un Dio che può tutto. Nessuno può tutto. Il concetto stesso di onnipotenza è un’aberrazione. Se Dio è buono non può fare il male, quindi non è onnipotente. Se fa il male, non può amarci, quindi non è onnipotente. Tutti pensano a Dio come un maschio. E se fosse una madre? Impotente come tutte le madri?
Capisci: per noi che abbiamo la carne che cade in pezzi, capire perché esiste il dolore non è una di quelle discussione che fai con gli amici una sera d’estate. Noi dobbiamo capire se siamo stati maledetti e perché. I nostri sacerdoti spiegano che il dolore è una buona maniera per punirci dalle nostre infinite colpe, attuali o commesse dai padri o commesse in vite precedenti: nessuno è innocente, nemmeno i neonati. Quando le cose vanno male, quindi, ci si comincia a interrogare su che accidenti abbiamo fatto di sbagliato. Quando le cose vanno male, quando c’è la peste, quando i nemici flagellano le frontiere portando via gli uomini più forti per farli morire schiavi e senza discendenza sulle vie del dolore, quando la carestia colpisce insieme alla lebbra e bisogna comporre nella terra i figli morti bambini, allora la mente cerca una logica. Se Dio è onnipotente e buono allora ci sono colpe non pagate. Si scatenano le persecuzioni, per poter in qualche maniera quadrare il cerchio e capire perché accidenti un Dio onnipotente e buono non abbia di meglio da fare che regnare su un mondo dolente e disperato. Il nostro è sempre dolente. Contrariamente ai passeri e ai gatti, abbiamo una pelle disastrosamente nuda: una notte all’addiaccio ci può ammazzare. Non abbiamo artigli, corriamo lenti. Nasciamo nel dolore, destinati a soffrire la fame e il freddo, destinati a essere mangiati dai vermi dopo la morte se è andata bene, prima della morte se le cose sono andate storte. Secondo noi è come quando un bambino è malato e sta morendo: sua madre non può farci niente. Quando un bambino sta morendo oppure piove, lui è convinto che è opera di papà e mamma. In realtà i genitori sono impotenti. Dio è impotente. In effetti l’onnipotenza di Dio è un concetto insensato. Il corpo degli uomini resta identico indipendentemente dal numero dei figli. Il corpo di una donna porta i segni di tutto, dalla deflorazione al numero dei figli che ha messo al mondo. Dio ha creato la materia, ma ci ha rimesso sé stesso, ha diminuito spaventosamente la sua forza. Dio ha creato il mondo, ma nell’impresa si è dissanguato. Quindi non ha più potere. Se Dio ha messo la sua forza nella creazione e ne è rimasto privo, come una madre sfasciata da un numero apocalittico di parti, Dio non può più intervenire e quando le cose vanno male, la sua parte maschile agonizza e quella femminile è invece con i suoi figli, li accompagna nella via del dolore. Quando le cose vanno bene, per esempio quando un bambino ride, quando un marito e una moglie si amano e godono entrambi nell’amore, allora Dio si riprende e riesce anche a dare una mano. Quindi il nostro compito di lebbrosi è essere il più felici possibile, così, da lebbrosi. Questo forse rinforzerà Dio, la nostra allegria gli ridarà vigore, forse lui si rinforza abbastanza da guarirci. E se non lo fa, saremmo comunque vissuti in letizia. Noi siamo figli di un Dio impotente, un Dio che non ha alcun potere, perché il suo potere lo ha dato a noi. Io non ho il potere di guarirmi, ma ho il potere di decidere che non voglio vivere da arrabbiato, che mi godo quello che c’è, il colore dell’alba, il profumo del vento», concluse.
Navigando trovo cose 23 gennaio 2010
Lo spazio nudo
Dio salvi chi può
Chi può salvi se stesso
La verità è una città invisibile
un sentiero di accoppiamenti giudiziosi
La meccanica silenziosa dell’assedio
melodiosa luccicanza pezzo a pezzo
Senso segreto degli oggetti
a ovest dello specchio.
Alessandro De Santis