Ieri sera ho cominciato le 1200 e rotte pagine di Infinite Jest, arrivando a pagina 20 non particolarmente colpita, se non dalla curiosità di sapere cos’ha Hal, e ho il coraggio di dirlo, di non essere stata fulminata all’istante dall’amore per DFW, perché tanto so che qui non viene nessuno e sono veramente libera di esprimere la mia opinione, né più né meno che se parlassi tra me e me. Che poi, può darsi diverrà veramente il mio scrittore preferito, who knows, ho ancora 1180 pagine per scoprirlo.
Rimanendo in ambito libresco, visto che la mole di IJ non consente il trasporto fuori casa, oggi ho comiciato pure L’ubicazione del bene, che è come confrontare i rotoloni regina con la carta velina… infatti, ho superato la metà ma non ho ancora un’idea in merito. Ho letto anche Malina, la settimana scorsa, un romanzo di Ingeborg Bachmann molto complesso, un fiume di parole e di pensieri alquanto nevrotici… e se devo dire la verità, per la massima privacy di cui qui godo come dicevo, mi sa che non ho capito come finisce. Era assassinio. Era assassinio?? Lei sparisce nella parete… Lui ne nega l’esistenza al telefono… Lui che fino a quel momento era l’unico punto fermo e positivo della sua vita, quello che sapeva tutto — ma non dell’altro –, che l’aiutava a non perdersi, che le toglie i sonniferi, lui che fin quasi alla fine credevo fosse comunque lei, lui la fa sparire… in che senso, non l’ho capito. Mi consulterò con C. quando lo finirà, o mi farò un giro sul web, quando mi ricordo. A 20 pagine dalla fine di Malina ho dovuto fare una pausa e mi sono sparata Altri libertini di Tondelli che mi è piaciuto molto, come descrive la disperazione, la disillusione, la sofferenza, l’amore, il gioco, la vita. Pure se non mi riconosco in personaggi che scelgono deliberatamente una delle vie più brevi verso la carbonizzazione di quel poco che abbiamo da vivere, pure, tolte appunto le parti più “tossiche”, ho trovato i racconti tutti molto sinceri, cristallini, divertenti anche. E prima ancora ho letto un altro libro che mi è piaciuto molto, Olive Kitteridge, con quella sua struttura a puntate così simile ai miei amati telefilm, con un’acutezza nella descrizione dei pensieri e delle emozioni più profonde, quelle più nascoste, e anche per la sua capacità di rendere interessantissima la vita di una piccola provincia americana, un po’ come Peyton Place (altra lettura di questi giorni, divorato), che senz’altro rimane molto più in superficie, dedicandosi agli aspetti più pruriginosi della bigotta America anni ’40 ( e mi ha colpito la grande differenza tra questo e Il cuore è un cacciatore solitario, ambientato nello stesso periodo, seppur al sud, in cui, invece, sono la povertà e la politica a farla da padrone, ma non mi ha preso per niente. Per me, la parte migliore è il titolo).
E continuo pure il mio lavoro nei libri, anche se la scorsa settimana mi sono dedicata, anche con soddisfazione, al sito: gli ho dato un’uniformità che gli mancava totalmente, speriamo lo portino avanti. E oggi sono tornata alla cdb, sto diventando esperta di scenotecnica al momento, mentre l’ultima volta ho fatto una scorpacciata sugli storyboard. Sono brava in questo, la falsa modestia non è una delle mie caratteristiche, spero proprio di farcela!
Oggi la Sardina mi ha detto che l’Obliquo ha dato il benestare al progetto di collana che facemmo durante il corso, di fare le schede e le prove di traduzione dei rispettivi libri, che lui poi ce le corregge: sicuramente un’occasione da non perdere!! Tanto più che la cdb inviata come message in the bottle non ha avuto (ancora?) effetto alcuno…
Invece a giorni dovrei essere contattata da Setteperuno